Rischio e alpinismo estremo

Due chiacchiere con Fabrizio Manoni, uno dei primi salitori della NE dello Shivling

15 marzo 2019
Rischio e alpinismo estremo: Climbing Radio ne parla con Fabrizio Manoni, alpinista, guida alpina, volontario del soccorso alpino e uno dei primi salitori della NE dello Shivling, nell’intervista andata in onda il 5 marzo 2019.

Il tema del rischio in alpinismo è sempre attuale. Specialmente al termine di questa stagione invernale, che ha visto numerose spedizioni impegnate sulle montagne più difficili del pianeta. Non sono mancati, purtroppo, gli incidenti, alcuni dei quali molto gravi: ad esempio quelli avvenuti in Patagonia, sul Fitz Roy, a causa del maltempo; come pure la più recente tragedia del Nanga Parbat, che ci tocca più da vicino perché ha coinvolto l’alpinista italiano Daniele Nardi.

È naturale, di fronte alle notizie più o meno tragiche diffuse dai media, interrogarsi sul rischio e sulle motivazioni che spingono gli appassionati di sport estremi a esporsi a pericoli mortali. In passato ci si limitava a leggere un articolo di giornale, o ascoltare la radio, e fare le proprie considerazioni. Oggi, con il sistema dei social, le considerazioni di ciascuno - anche di chi è privo di conoscenze sul tema in questione - sono pubbliche e si trasformano facilmente in giudizi. Ciascuno può dire la sua e spesso, nascosti dietro a uno smartphone o a un computer, si dicono cose terribili, anche crudeli.

La domanda tipica di fronte alle fatiche e ai rischi che gli appassionati di sport estremi si infliggono è “ma chi te lo fa fare?”. Secondo Fabrizio Manoni la motivazione si trova proprio nella passione. Una passione fortissima spinge l’alpinista a scalare e a rischiare. Il rischio è quasi sempre consapevole, specialmente nel caso degli atleti di alto livello.

Per realizzare imprese estreme l’accettazione del rischio è inevitabile. Senza il rischio non esiste lo sport estremo. L’alpinismo estremo, per definizione, tende a spingersi al limite estremo: il rischio della vita. Se atleti del calibro di Alex Honnold non accettassero questo tipo di rischio, ci sarebbero ben poche imprese di questo tipo da ammirare.

Un’altra domanda molto attuale che emerge durante l’intervista è “perché si fanno le ascensioni invernali?”. Fabrizio Manoni chiarisce come, in alpinismo, le imprese tradizionalmente più valide siano: la prima salita di una montagna o parete, l’apertura nuova via, la prima solitaria e la prima invernale. Solo apparentemente si ambisce a questi primati “per la gloria”. La notorietà passa presto, si viene rapidamente dimenticati. Anche in questo caso la motivazione più profonda deriva dalla passione.

Un’altra tematica che emerge dall’intervista è quella dei soccorsi alle spedizioni extraeuropee in alta quota. Spesso, nelle spedizioni estreme, i soccorsi sono fatti per puro spirito di solidarietà da altri alpinisti che si trovano in zona. Nelle aree geografiche dove si trovano le cime più alte della Terra non esiste il Soccorso Alpino organizzato come nelle Alpi. Soccorrere in alta quota è difficile e costoso. Quando l’impresa è estrema, anche un eventuale soccorso lo sarebbe. Accettare il rischio di un’impresa estrema significa anche essere coscienti che un eventuale soccorso potrebbe essere impossibile.

L’intervista di Climbing Radio a Fabrizio Manoni si trova QUI.

Enrico Rosso ha realizzato la prima salita della parete NE dello Shivling (6543 m, Himalaya) nel 1986 con Paolo Bernascone e Fabrizio Manoni. Le immagini qui sopra sono tratte dal libro che racconta la loro avventura: Shiva’s Lingam. Viaggio attraverso la parete Nord–Est di Enrico Rosso, ed. Versante Sud.

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