Adam, il muro e Climbfree

Ha senso pensare l'arrampicata come questione a sé stante?

18 dicembre 2017
A seguito della recente visita di Adam Ondra in Israele e Palestina sono emerse una serie di questioni sull'intreccio tra arrampicata, politica e ruolo sociale dei climber.

Abbiamo chiesto a Dario Franchetti, climber e cooperante italiano residente in Medio Oriente da oltre un decennio e impegnato nella promozione dell'arrampicata in Palestina, di darci un quadro della situazione e del perchè i comportamenti e le parole di Ondra hanno suscitato scalpore e opinioni diverse. (Cap)


Adam è stato invitato in Israele a fine novembre 2017 dal climber professionista israeliano Ofer Blutrich, evento sponsorizzato da Tendon e supportato dal Ministero del Turismo israeliano. Ha tenuto una conferenza in una palestra di arrampicata di Haifa e arrampicato a Nizar Cave, falesia israeliana, liberando il primo 9a del Paese (chiamato Climbfree). Ha poi proseguito la "due giorni" scalando a Ein Fara, bellissimo canyon situato tra Gerusalemme e Jericho, nei Territori occupati Palestinesi.

Cosa c'è di strano in tutto questo?

In apparenza niente, un viaggio come altri: sponsor, grado più duro del Paese liberato, sostegno alla comunità di climber israeliani che da tempo battaglia con i ranger per l'accesso alle falesie locali (da qui il nome della via "Climbfree"), pubblicità e promozione.

In realtà c'è più di una nota stonata!

Prima del viaggio la comunità di climber palestinesi aveva invitato Ondra ad un incontro e a visitare anche la Palestina, data la visita nel Paese confinante ed occupante militarmente la propria terra. La risposta è stata negativa, motivata con mancanza di tempo.
Peccato però che Ondra sia andato ad arrampicare anche in Palestina, con climber israeliani, senza incontrare un solo climber palestinese e pubblicizzando la sua visita come: " (...) road trip across Israel with one goal: to promote climbing in Israel".

Ein Fara, pur trovandosi in Cisgiordania (Palestina) ha un accesso limitato, complesso e difficile per i climber palestinesi. L'accesso principale in macchina alla falesia è obbligato attraverso una strada che passa all'interno della colonia israeliana di Anatot, controllato da guardie armate, e interdetto a palestinesi residenti in Cisgiordania. Una strada alternativa – sterrata e agibile solo con macchine "robuste" – porta al punto d'entrata della zona di arrampicata, che è un parco naturale israeliano (in Palestina e quindi anch'esso una colonia) dove è necessario pagare un biglietto di ingresso.

Il parco naturale è stato istituito da Israele a seguito dell'occupazione della Cisgiordania del 1967, su terre palestinesi, appropriandosi inoltre della fonte d'acqua della valle, precedentemente usata dai pastori locali e per l'approvigionamento d'acqua nella parte est di Gerusalemme.
I climber palestinesi che non possono raggiungere in macchina la falesia o che non vogliono finanziare l'occupazione israeliana tramite il pagamento del biglietto d'ingresso, hanno l'alternativa di camminare 45 minuti, per potere arrampicare solo nel settore sud (il settore nord è vincolato al biglietto d'ingresso).

Adam Ondra, a seguito di alcune critiche ricevute sui social media ha pubblicato un post sul suo profilo instagram dichiarando di volere mettere la politica da parte, e che l'arrampicata dovrebbe essere libera e accessibile a tutti, senza distinzioni di razza, religione e sesso: "...climbing should be free for everyone and it does not really depend on country, religion, sex or race."

Ben detto! Ma purtroppo mal fatto!

Limitandosi al climbing (preso ad esempio delle condizioni generali) l'occupazione militare israeliana della Palestina condiziona in modo preponderante l'accesso ai luoghi di arrampicata ai climber palestinesi nel loro stesso territorio.

Andare ad arrampicare ad Ein Fara senza pensare di coinvolgere la comunità palestinese significa assecondare un sistema che genera differenze su basi etniche, politiche e religiose.

Non basta neanche decidere di non immischiarsi in questioni politiche, dichiarando la separazione tra politica e arrampicata, soprattutto se si sceglie di arrampicare luoghi "complessi". A maggior ragione se hai milioni di follower in tutto il mondo.
L'ignoranza in alcuni casi è colpevole, e i fatti – seppur inconsapevoli – sono più importanti delle parole.

La delusione della comunità di climber palestinesi è stata enorme. Il mito a casa loro, ma di nascosto, senza neanche bussare alla porta, chiedere permesso ne salutare...

La lezione, al di là di Ondra, può essere importante. Si spera che Adam possa riflettere sull'accaduto, documentarsi bene e tornare nella regione con maggior coscienza e spirito critico.

Noi climber, dal principiante al professionista, abbiamo l'occasione di riflettere maggiormente sul nostro ruolo. Il grado dà soddisfazione, ma il contesto, gli incontri umani, la complessità della vita sono questioni imprescindibili e forse non ha molto senso pensare l'arrampicata come questione a sé stante.

Dario Franchetti

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