Intervista: il RMNP di Niky Ceria

La prima tappa del viaggio statunitense di Niccolò

19 novembre 2019
Un’estesa intervista che come al solito ci mostra il carattere e la forte personalità di questo eccezionale boulderista!

 

Non sono passati che pochi giorni dal ritorno di Niccolò Ceria dagli States…

Nelle settimane che ha passato nel Colorado prima e nello stato di Washington poi, l’abbiamo seguito sui social, ammirando sempre le sue bellissime foto d’arrampicata e di natura oltre che le grandi realizzazioni.


La prima tappa l’ha portato in una delle aree più celebrate, visitate e mediaticamente “pompate” degli ultimi anni: il Rocky Mountain National Park. Proprio questa sembra la terra promessa del boulder del futuro (con Rocklands e il Ticino) e sempre qui personaggi come Daniel Woods o Dave Graham hanno creato alcune tra le più dure linee al mondo…

Ceria ha visitato per la prima volta il RMNP con le idee chiare e ha rapidamente ripetuto moltissime linee dure, culminando nella ripetizione in giornata dell’8C di Paint it Black e in alcune buone sessioni su Hypnotized Minds, uno dei blocchi più duri al mondo. Al di là del suo elevatissimo livello, ben sappiamo che Niky si contraddistingue anche per la sua grande consapevolezza del bouldering e per una profonda visione di questa disciplina nella sua autenticità. Nessuno meglio di lui può quindi descriverci a 360 gradi cosa voglia dire fare boulder nel RMNP...

Ecco quindi l’intervista che gli abbiamo fatto a proposito di questa prima destinazione del suo viaggio e come sempre Niky ha espresso senza peli sulla lingua il suo autorevole giudizio su quest’area e sulle sue linee...


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Ciao Niky, ri-eccoci sempre con grande piacere a parlare del tuo ultimo viaggio! L’ultima avventura in giro per il mondo ti ha riportato questa volta negli Stati Uniti, per visitare due aree in cui non avevi ancora scalato: il Rocky Mountain National Park e Leavenworth. Partiamo dal primo: in questi ultimi anni il RMNP è diventato una delle frontiere del boulder grazie a personaggi come Daniel Woods, Dave Graham e diversi altri che vi hanno scovato e liberato molte linee di riferimento mondiale. Qui si trovano infatti molte delle più dure linee della terra che attraggono top climber da tutto il mondo. Boulder come Hypnotized Minds, Creatures From The Black Lagoon, Paint it Black o l’iconica Jade... Ormai ti conosciamo bene e sappiamo che la tua ricerca nel bouldering è spesso in antitesi con le mode e i capricci delle masse, portando avanti una tua visione individuale molto più profonda e consapevole di questa disciplina Quindi, cos'è il RMNP per Niky Ceria? Quali sono le motivazioni che ti hanno portato qui e quali erano le linee alle quali hai più pensato organizzando questo viaggio?

Ciò che mi ha sempre motivato a visitare il Colorado riguarda alcune linee specifiche che avevo visto in video o in foto. Una decina di passaggi erano nella mia mente da parecchio tempo, ma per varie ragioni ho sempre rimandato il viaggio, fino allo scorso settembre.
Per questioni di priorità, o semplicemente per motivi di tempo, il Rocky Mountain è una zona che ho sempre pensato di visitare ma che ho sempre lasciato in sospeso.
Tra le linee che mi ispiravo di più ce ne sono diverse che hanno una fama mondiale come “Hypnotized Mind”, “Mirror Reality”, “Mind to Motion”, “The Phoneix”, “Painted Black”, “Tetris”, “Naked and Afraid” e una manciata di altre che sono forse meno conosciute a livello internazionale.
Riguardo la comunità del Colorado e ai suoi protagonisti avevo spesso sentito dei racconti e anche questa era una parte che volevo conoscere e vivere di persona.


Rispetto a ciò che ti aspettavi ci puoi descrivere innanzitutto cosa hai trovato, cosa hai percepito e come ti sei sentito nell'ambiente del RMNP? Com'è la natura qui?

Non mi aspettavo di certo di trovare un posto magnifico come lo descrivono. Ma non perchè non lo sia, anzi. Semplicemente perchè non sono cosi affine agli ambienti di montagna. Oggettivamente credo che il RMNP sia straordinnario e alla fine anche io mi sono sentito meglio del previsto. Intendo a livello paesaggistico, ovviamente.
Sono rimasto davvero sorpreso dalla bellezza di Wild Basin ad esempio, dove la vegetazione la fa da protagonista rispetto ai paesaggi che si trovano più in alto, tipo nei vari chaos. Credo che proprio Wild Basin sia stata la mia area preferita del parco essendo cosi ricca di alberi, muschio e corsi d’acqua.
La zona di Bear Lake Rd, prima del parcheggio delle zone alte, è un’altra parte che mi è piaciuta al di là degli intoppi logistici: I ranger gestiscono giustamente il traffico di turisti nel parco e spesso la giornata di scalata dipende dal numero di persone che vuole entrare. D’autunno il Rocky Mountain ha dei colori pazzeschi e si vedono un sacco di alci o animali simili che si spingono fino in centro ad Estes Park senza alcuna paura.


Passiamo ora ai boulder. In pochi giorni di permanenza hai esaurito quasi tutte le linee della tua lista: puoi farci un riepilogo e darci un tuo commento personale sulle linee che hai salito? Ci descrivi anche la tua esperienza su Paint it Black, l’8C che hai chiuso in una singola sessione?

Premesso che non avevo fatto una lista, avevo comunque diverse linee in mente! Non mi è facile dire quali mi sono piaciute di più e quali di meno. Il motivo è purtroppo legato al fatto che in alcune zone non sai mai con certezza se il blocco che stai provando sia scavato, migliorato o se invece abbia un origine naturale. Questo è l’aspetto tristissimo del RMNP. Linee che sono sempre parse quasi impossibili o prive di prese per anni (anche alcune che si trovono a bordo strada e che diversi climber avevano guardato), diventano improvvisamente dei classici con prese che risultano ben diverse nella memoria di chi le aveva viste prima. Per questo motivo, vari passaggi, seppur belli a livello di movimento, non potranno mai essere considerati dei capolavori o delle linee qualititavamente valide per me.  L’unico aspetto che è riuscito ad appasionarmi, oltre all’ambiente, riguarda i movimenti e credo che al di là di queste due caratteristiche non valga la pena volare fino in Colorado per fare boulder. Oltre al fatto che, consiglio per chi potrebbe essere interessato, sotto al V13 (8b) non c’è praticamente nulla di bello.
A prescindere da ciò, penso che il blocco su cui mi sono divertito di più sia “The Phoenix”: estetico, con un granito rosa estremamente compatto e movimenti fenomenali dall’inizio alla fine. Nell’ultimo giorno di viaggio mi sono giunte voci che anche questo passaggio è stato probabilmente un po’ “tracciato”. “Naked and “Afraid” è un altro blocco piuttosto puro, tecnico e divertente da scalare che richiede diverse capacità inclusa quella di gestire la pelle al meglio. È senz’altro uno dei miei preferiti.  “Paint it Black” è un bel tetto quasi orizzontale e anche questa linea spicca tra le altre. Il giorno in cui sono andato a provarlo ero con Jamie Emerson, scopritore del sasso. L’ho provato mezz’oretta e dopo alcuni aiuti tra parate e scarichi sono riuscito a fare tutti i singoli. Ero indeciso se continuare a provarlo o lasciare perdere visto che la prima presa mi stava danneggiando parecchio l’indice sinsitro. Ho comunque fatto due giri dando alla pelle il giusto riposo e l’ho salito. La scalata è molto bella e fisica, davvero divertente.


Sappiamo che hai anche fatto qualche sessione su Hypnotized Minds, uno dei blocchi più duri al mondo e che proprio nei giorni in cui eri lì ha visto la ripetizione di Dave Graham. Ci puoi descrivere questa linea e dirci quali sensazioni hai avuto nel tentarla? Come la giudichi rispetto a tutti gli altri durissimi blocchi che hai salito in giro per il mondo?

Credo di non aver salito mai nulla di cosi complicato come Hypnotized Mind e posso basarmi solo sulle line che ho provato: mi è parso intenso come “Kimera” o “Stepping Stone”.
Penso che HM sia molto meno il mio stile rispetto ad altri sassi cosi impegnativi che ho visto, specialmente un movimento a metà, ovvero quello che si fa dalla pinza di sinistro alla fessura/spallata di destro, è parecchio complicato e richiede una bella pelle e dita forti.
Fino alla pinza ad esempio l’ho collegato subito e anche la parte dalla spallata in avanti è piuttosto okay, ma quel singolo è davvero difficile a prescindere dal metodo con cui lo provi (ce ne sono due fattibili per ora). L’ho lavorato per due sessioni intere e poi mi sono aperto il dito proprio sulla pinza chiave, il che non mi ha permesso di provare nuovamente quel movimento per tutto il resto del viaggio. Detto ciò, anche se non avessi avuto il problema della pelle, non so se sarei riuscito o meno a risolvere quel passaggio, ma avrei voluto almeno riprovarci.
Nessuno lo direbbe, ma è un blocco estramamente tecnico e di gamba. Il giorno dopo anche e glutei erano ben più doloranti delle dita.


Sappiamo bene che quando visiti un posto è perché anche nella sua storia riconosci che ci sia una grande importanza. Ci puoi descrivere come hai percepito il Rocky Mountain National Park anche la luce della storia passata e dei suoi protagonisti?

Del RMNP conosco soltanto la storia recente e alcuni dei passaggi che sono stati aperti negli ultimi 20 anni. Ha una storia più breve rispetto ad altre aree statunitensi come Joshua Tree o Bishop. Onestamente non ero troppo incuriosito dalla storia di questo posto: come dicevo prima ero davvero interessato a vedere alcuni passaggi specifici a prescindere dal resto. Sapevo benissimo che diversi di questi blocchi erano stati liberati da Daniel Woods, ma che dietro c’erano altri protagonisti che hanno cercato, trovato e pulito i passaggi di cui oggi tutti parlano.
Dave Graham ha dato un contributo enorme alla scalata nel parco e non solo salendo blocchi per primo, ma anche andandoseli a cercare, immaginandosi le sequenze e dando vita a visioni che altri non hanno mai avuto. Ho avuto il piacere di scalare con Jamie Emerson, autore della guida e scalatore storico con un’ ampia cultura riguardo diversi passaggi in giro per il mondo. Mi ha portato a vedere alcuni sassi più storici come il Suzuki Boulder, che è successivamente diventato una delle mie zone preferite dove iniziare la giornata visto che purtroppo parecchi blocchi facili hanno la roccia friabile.


Al di là dei pochi blocchi che ancora erano nella tua lista, hai scoperto degli aspetti del Rocky Mountain National Park che ti hanno stupito o che ti hanno dato altre prospettive ed altri progetti per pianificare un viaggio futuro di ritorno?

Beh, come ti dicevo prima, il fatto di non sapere con certezza se diversi dei blocchi che sono stati sviluppati siano naturali o meno credo sia un fatto abbastanza spiazzante nel 2019. Questo è un aspetto che mi ha colpito.
Purtroppo in quanto a sorpresa devo rimanere dal lato negativo: credo che il RMNP abbia una delle concentrazioni maggiore di blocchi rovinati. Di più rispetto altre zone mainstream.
Per me un blocco come “Memory is Parallax” ad esempio è troppo rovinato per pensare addirittura di provarlo. Se pensi che sono blocchi duri e recenti, e quindi non frequentati dalle masse ma bensì dall’elite, fa un certo scalpore. Tante prese ormai hanno la texture completamente calcificata.
Mi piacerebbe tornarci perchè vorrei riprovare “Mind to Motion”: un passaggio eccezionale che ho fatto in due parti, ma non sono riuscito a collegare. Personalmente credo che valga la pena volare fin là per questa linea. E poi magari vederne altri che non sono riuscito a vedere questa volta come “Barrel Rider” e “Ice Knife”.

Come giudichi in generale questo tuo viaggio e l'esperienza che hai fatto qui?

Beh, è stato un viaggio interessante e che volevo fare da tempo. A prescindere dalle cose che mi sono piaciute o meno credo sia stata una bella esperienza che per me era giusto fare. Ho visto sassi nuovi, passaggi mainstream a cui non ero più tanto abituato e visto rocce diverse. È stata la mia prima esperienza con l’influenza dell’altitudine e soprattutto nei primi giorni mi ha stancato parecchio.


Dall'RMNP ti sei mosso poi verso lo stato di Washington nell'altra celebe area di Leavenworth e anche qui credo che tu abbia molto da dire… Per questo diamo appuntamento ai lettori di UP Climbing per una seconda intervista con te! Grazie!

 
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Intervista di Alberto “Albertaccia” Milani

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